di Guido Pesci
Pedagogista Clinico®

È così definita l’identificazione sofferta dalla scuola per l’invasione di una “antipedagogia sanitizzante” e attesta un urgente bisogno di una ventata di cambiamento che assicuri una scuola in cui l’educazione deve tornare a essere considerata il bene più prezioso, affidata a insegnanti altamente qualificati, adeguatamente retribuiti e pienamente soddisfatti delle condizioni in cui svolgono il loro lavoro. Per vincere questa sfida e raggiungere un alto grado di competenza ed esperienza, l’insegnante deve acquisire una formazione e un’arte educativa idonea a favorire nell’allievo il processo di apprendimento realizzato in un clima di cooperazione, nella consapevolezza che ogni suo errore può essere solo specchio di un possibile errore da imputare a sé stessi. La riuscita di questa impresa può trovare nella Pedagogia Clinica un valido suggeritore poiché dipende da una preparazione professionale adeguata a una società sempre più differenziata e complessa che richiede agli insegnanti la capacità di ritrovare l’ordito per un cambiamento della prospettiva nel processo educativo e divenire dei professionisti riconosciuti e apprezzati socialmente, al punto da poter ambire a una carriera più promettente.
Pedagogia Clinica vs antipedagogia sanitarizzante per una scuola in cui anziché volere gli allievi incapaci prima ancora di apprendere, possano trovare e mantenere il piacere e la motivazione, e l’occasione per un arricchimento personale e interindividuale. Antisociale (vedi Moral Apatia. Stato temporaneo o prolungato di indifferenza emotiva, indolenza, inerzia nei confronti dell’agire, insensibilità agli stimoli provenienti dagli eventi della vita. La persona che vive questa condizione è incapace o poco disponibile a provare emozioni e rintracciare motivazioni, a partecipare scambi interattivi con interesse e coinvolgimento affettivo. Il disagio che ne deriva è notevole e può ingenerare contrasti, ostilità e avversioni che vanno ad alterare gli stili di rapporto. Spesso confusa, l’apatia può celare qualcosa di cui anche la persona non è pienamente consapevole; si ritiene necessario un intervento, specie quando essa va a inficiare o a inquinare il processo evolutivo. Per ritrovare le forze ergiche necessarie a contrastare l’inefficienza, rintracciare le proprie motivazioni e l’intenzionalità, l’apatico necessita di un cambiamento che può giungere solo se è aiutato a dare risposte utili alla sofferenza affettiva. Non una cura della malattia, dunque, come fosse un sintomo, ma un intervento di aiuto per evitare l’acuirsi di un più consistente disagio, fronteggiare gli aspetti inibenti, promuovere la fiducia nel formalizzare azioni, e un’efficiente disponibilità aggregazionale. L’impegno pedagogico clinico deve dare origine a un senso di nuovo ottimismo al fine di superare ogni condizione ambientale non favorevole, permettere al soggetto di conseguire una migliore qualità della vita per mezzo di stimoli, di interessi e di curiosità, un riconoscimento della sua persona in opposizione all’emarginazione e all’isolamento e a ogni sorta di disimpegno. Un aiuto siffatto si basa su un training ricco di esperienze dinamiche indispensabili al processo di educazione integrale dell’individuo e adatte ad assicurargli l’evoluzione nella consapevolezza del Sé e nella costruzione della propria identità, nonché la capacità di instaurare rapporti soddisfacenti con gli altri e sviluppare le dimensioni dell’affettività, della socialità e dell’identità che sostengono una relazione integrata tra il corpo, lo sviluppo intellettuale e l’equilibrio affettivo.

error: Contenuto protetto !!