Esperienze presso i tribunali per i minorenni

di Maria Luisa Ammassari
Pedagogista Clinico®

Con questo lavoro mi sono proposta di illustrare il ruolo che il Pedagogista Clinico® svolge all’interno del Tribunale per i minorenni nell’espletamento dell’attività di Giudice onorario con funzione tecnico consultiva specialistica nel settore pedagogico. Vorrei anche evidenziare lo stretto rapporto che esiste tra tutela giuridica e intervento educativo in campo minorile, oltre che dare un contributo ai colleghi che si accingono a collaborare con i Tribunali minorili.
La mia esperienza professionale all’interno del Tribunale per i minorenni, infatti, mi ha portata ad approfondire il ruolo e le competenze del Pedagogista Clinico® e a giungere alla consapevolezza che l’approccio pedagogico clinico nel campo educativo, attraverso l’applicazione mirata di metodologie specifiche e l’utilizzazione di strumenti adeguati, porta al conseguimento di risultati apprezzabili anche in ambiti non specificatamente deputati a tale scopo. Questa attività ha costituito il completamento dell’esperienza professionale di Pedagogista clinico: il campo d’azione molto vasto e la molteplicità e diversità delle situazioni da trattare, all’interno dei Tribunali minorili, hanno contribuito a stimolare la ricerca e l’approfondimento delle strategie educative più adeguate alle diverse problematiche.
La legge ha previsto, nei TM, la figura dei Giudici onorari. Il Giudice onorario è un cultore di discipline socio pedagogiche e psicologiche con competenze specifiche in campo minorile ed ha il compito di integrare la competenza giuridica del Giudice togato in situazioni in cui bisogna avviare progetti educativi concreti; in cui bisogna intervenire sul tipo di formazione del minore o della coppia genitoriale; in cui bisogna verificare e monitorare situazioni familiari problematiche; in cui bisogna mediare tra i diversi soggetti coinvolti.
Tale attività prevede la partecipazione ai Collegi civili e penali del Tribunale e la collaborazione con il magistrato ordinario attraverso ascolti mirati dei minori, dei loro familiari e degli operatori dei Servizi territoriali coinvolti nella gestione del caso, allo scopo di valutare le cause del disagio minorile, gli interventi educativi più idonei da attuare e, soprattutto, fornire allo stesso magistrato gli elementi sui quali basare la decisione e l’emissione del provvedimento.
Il Giudice togato valuta soprattutto sulla base del diritto. Il Giudice onorario partecipa alla valutazione sulla base delle sue competenze specialistiche. Il Giudice onorario deve possedere attitudini particolari: durante l’ascolto, in primo luogo, deve cogliere e analizzare gli elementi più importanti valutando contemporaneamente le diverse ipotesi di soluzione della situazione problematica da sottoporre poi al magistrato. Deve essere inoltre in grado di comunicare i valori contenuti nelle prescrizioni che saranno utilizzate come strumenti per il cambiamento, per l’acquisizione di comportamenti positivi. Deve possedere, infine, capacità di ascolto, di comunicazione, di interpretazione.
È fondamentale tenere in considerazione il carattere assolutamente non terapeutico dell’ascolto. L’obiettivo è quello di consentire al magistrato una visione della situazione più ampia evidenziando più punti di vista e fornendo tutti gli elementi necessari per la decisione e per l’emissione del provvedimento.
L’ascolto può avere anche un carattere mediativo, ma il Giudice onorario non deve assolutamente assumere il ruolo del terapeuta o dell’operatore dei Servizi sociali (i quali hanno dei compiti ben differenziati).
È imprescindibile, comunque, non perdere di vista i bisogni del minore la cui centralità è indiscussa e nell’interesse del quale viene emesso il provvedimento da parte del magistrato. L’ascolto deve tener conto del contesto sociale e territoriale in cui vivono il minore e la sua famiglia. Sarebbe, infatti, inutile proporre soluzioni che non possano poi essere realizzate. La difficoltà di inserimento lavorativo che esiste, ad esempio, nelle nostre zone, pregiudica spesso l’efficacia di progetti per il rientro in famiglia di minori collocati temporaneamente in strutture educative. È necessario individuare per ogni caso, non una soluzione che dia comunque una risposta ma “la soluzione” per “quel caso” che può anche sembrare insolita o imprevedibile ma che corrisponde alle esigenze e ai bisogni di “quel minore”.
L’ascolto del minore richiede il massimo tatto e la massima discrezione possibili. È un importante strumento di lavoro perché costituisce una chiave di lettura essenziale del caso e può essere il punto di partenza per la costruzione di un piano di intervento.
Occorre sempre tenere in considerazione la particolarità della situazione, le caratteristiche e il vissuto del minore. È quindi necessario, più che indagare sulla sua sofferenza, ascoltare il suo disagio interiore e cercare di dare un senso alle sue parole evitando domande dirette o ansiogene, offrendogli la possibilità di esprimere il proprio punto di vista e i propri bisogni nel rispetto delle sue opinioni.
Analizzando il ruolo e i compiti del giudice onorario, è necessario considerare analiticamente le competenze e le funzioni del Tribunale per i minorenni in ambito civile e penale.
Le competenze del Tribunale per i minorenni in materia civile sono vastissime e vanno dal riconoscimento di figli naturali, al consenso al matrimonio per gli infradiciottenni, alla revoca della potestà genitoriale; in questo caso è fondamentale la funzione del Giudice onorario il quale, attraverso il colloquio con le parti, analizza i rapporti e le dinamiche interpersonali. Tale colloquio va ad integrare le relazioni dei Servizi sociali o della Questura. Il Tribunale, inoltre, individua e accerta le situazioni di abbandono allo scopo di avviare la procedura per la declaratoria di adottabilità nell’interesse di minori che vivono con i genitori. In questo caso è necessario accertare se si possa individuare una ipotesi di collaborazione con i familiari tramite l’intervento dei Servizi sociali allo scopo di ripristinare, con interventi adeguati, una normale situazione familiare.
Il settore in cui l’intervento del Giudice onorario è più ampio è quello che riguarda la limitazione della potestà; la maggior parte di questi procedimenti nasce, non da casi isolati come abusi o trascuratezze gravi, ma da segnalazioni di incapacità da parte dei genitori nella gestione quotidiana dei figli (carenze educative, accuditive etc.). Spesso tali segnalazioni vengono dalla scuola, dal vicinato, dai Servizi sociali e costituiscono dei seri campanelli d’allarme. In questi casi l’intervento del Giudice onorario non deve essere semplicemente legato ad un puro atto di verbalizzazione ma questi, dopo un attento studio dei documenti esistenti, deve approfondire le situazioni, la personalità dei soggetti coinvolti, le relazioni prodotte dai Servizi sociali e infine esprimere le proprie considerazioni allo scopo di facilitare la valutazione collegiale e la decisione.
Gli interventi limitativi della potestà genitoriale vanno dall’affidamento ai Servizi sociali al collocamento in strutture a tempo parziale (centri diurni o semiconvitto), fino all’allontanamento con ricovero a tempo pieno e all’affidamento etero familiare. Anche l’allontanamento è uno strumento utile se ben gestito; va preparato con attenzione in modo che sia vissuto il meno possibile come un’azione punitiva. Inoltre, è necessario che in tale periodo siano concentrati gli sforzi di tutte le parti coinvolte in direzione di una evoluzione positiva della situazione) in quanto l’allontanamento può assumere un valore costruttivo solo se inserito in un più ampio progetto di ricostruzione del nucleo familiare e di ristrutturazione dei ruoli genitoriali.
Si giunge all’allontanamento dopo aver sperimentato altre soluzioni alternative e dopo aver dato alla famiglia prescrizioni che non abbiano ottenuto un risultato apprezzabile. È importante aggiungere che non si può dare, nelle diverse situazioni una risposta standardizzata ma è necessario individuare situazioni alternative adeguate a “quel caso” e a “quel minore” sulla base delle reali risorse (anche territoriali) possibili e sulla base di una risoluzione del caso non teorica ma ideale.
Tra i numerosi problemi che il Tribunale minorile si trova ad affrontare ve ne sono alcuni strettamente legati alle caratteristiche del territorio e alle politiche sociali attuate; molte situazioni familiari degenerano in quanto in varie zone non si riescono ad attivare interventi concreti di sostegno alle famiglie (sotto forma di servizi o contributi economici) per cui diventano frequenti il ricorso ad attività illecite, oppure la presenza di carenze educative o accuditive.
Inoltre, in molti comuni, l’équipe dei Consultori familiari non è completa o è formata da figure professionali che si alternano nel tempo creando difficoltà nei rapporti con gli utenti a causa della mancanza di continuità negli interventi con conseguenze a volte disastrose. Bisogna aggiungere che la formazione di tali professionisti è spesso affidata al personale spirito di iniziativa per cui, accanto ad équipe dotate di notevoli professionalità, coesistono differenti realtà lavorative. Si verifica frequentemente, poi, una sovrapposizione di interventi o un contenzioso per conflitti di competenze tra servizi a causa della carente applicazione della legge che attribuisce formalmente la competenza delle funzioni assistenziali. L’autorità giudiziaria interviene con i provvedimenti in favore dei minori coinvolgendo gli Enti locali per l’assunzione dell’onere dell’assistenza anche se è necessario fare i conti con la discrezionalità propria delle amministrazioni locali che sono libere di scegliere la loro politica assistenziale.
Il ruolo mediativo del GO è quindi molto importante: le prescrizioni che vengono usate come strumento essenzialmente educativo, hanno una efficacia se sono attuabili, verificabili e se vengono inserite in un progetto di cambiamento concordato tra gli operatori e le parti. Queste ultime devono comprendere l’obiettivo di tale progetto e dimostrarsi disponibili a mettersi in gioco. Il Giudice onorario deve essere in grado di attivare una comunicazione efficace con tutti i protagonisti dell’intervento.
Deve analizzare gli effetti pedagogico clinici, psicologici e sociali delle prescrizioni e delle decisioni collegiali oltre a considerare gli eventuali guasti che interventi intempestivi o incauti potrebbero produrre sul minore.
Un’altra situazione in cui è richiesto l’intervento del Giudice onorario è la collocazione o affidamento dei minori stranieri non accompagnati; negli ultimi anni i continui sbarchi sulle coste salentine di migliaia di clandestini di varie etnie (tra i quali numerosissimi minori) hanno creato una situazione molto complessa. Dopo l’inserimento, per un primo periodo, nei centri di prima accoglienza, è necessario provvedere o ad collocare i minori in strutture dove possano essere istruiti, educati, ed avviati al lavoro o all’affidamento dei parenti che ne abbiano fatto richiesta.
In questi casi l’ascolto delle parti è molto delicato e richiede la massima attenzione, sia per la necessità di utilizzare un interprete, sia per la necessità di una conoscenza profonda delle varie culture che condizionano i comportamenti e gli atteggiamenti dei diversi individui. Spesso infatti la nostra ottica è insufficiente a comprendere appieno le motivazioni di alcuni comportamenti che invece sono pienamente legittimati da motivi religiosi, etici o culturali. Inoltre il tentativo di intrusione di organizzazione malavitose nella gestione dei minori stranieri, richiede una maggiore attenzione nell’accertamento dei reali rapporti di parentela tra i minori (spesso vittime consenzienti perché ricattabili) e i presunti parenti che ne chiedono l’affidamento.
Ancora in ambito civile è richiesta la presenza del Giudice onorario come componente del Collegio che esamina le coppie aspiranti all’adozione nazionale e internazionale con il compito di valutare le capacità e potenzialità educative degli aspiranti genitori.
Bisogna però tenere presente che, quasi sempre, si tratta di individui con un vissuto caratterizzato da delusioni e frustrazioni e che, spesso, si avvicinano all’adozione scarsamente preparati ad affrontare le numerose problematiche che comporta l’inserimento di un bambino nella famiglia.
Per quanto riguarda l’adozione internazionale, poi, è necessario tener presente che il procedimento è più complesso in quanto il minore da adottare porta con sè, oltre che i consueti vissuti legati all’abbandono, anche una serie di problematiche connesse alla sua appartenenza a culture e civiltà differenti che costituiscono un condizionamento nell’inserimento e nell’integrazione sociale del minore stesso.
Nelle regioni meridionali, ed in particolare nel Salento, il numero dei minori in stato di adottabilità è notevolmente diminuito per cui, a fronte di un esiguo numero di minori, esiste un elevato numero di domande per l’ammissione alla comparazione. Spesso però molte coppie intraprendono il percorso adottivo dopo lunghi anni di tentativi di procreazione assistita per cui il loro bisogno di genitorialità è prioritario e le loro aspettative nei confronti del “bambino desiderato” sono alte: è difficile per loro rispondere, invece, ai bisogni di “quel particolare bambino”.
Le competenze del Tribunale per i minorenni in materia penale sono altrettanto vaste e prevedono la presenza del Giudice onorario come componente dei collegi per le udienze preliminari e dibattimentali, oltre che come delegato del magistrato per la valutazione dei percorsi di messa alla prova.
In Udienza preliminare il Collegio, composto da un magistrato togato e due onorari, deve decidere in relazione ai fatti esposti dal Pubblico Ministero; il ruolo del Giudice onorario in questo caso è particolarmente delicato in quanto ha la funzione di comprendere e analizzare i tratti di personalità del minore in un tempo molto limitato. Bisogna valutare la sua capacità di intendere e di volere che non corrispondono, come per gli adulti, alla presenza di patologie psichiche o psichiatriche, ma si riferiscono spesso alla maturità dell’individuo. È infatti importante verificare se il minore sia in grado di comprendere il disvalore del fatto commesso, l’immoralità dello stesso e se sia in grado di collaborare alla costruzione di un progetto di cambiamento.
Nell’Udienza preliminare è indispensabile verificare la reale responsabilità personale del minore nel commettere il reato.
Vi sono delle graduazioni di responsabilità per cui è necessaria una valutazione corretta ai fini della sentenza
Sulla base di tali valutazioni e, in applicazione del c.p.p. si possono avere vari esiti:
non luogo a procedere;
irrilevanza del fatto (si deve verificare l’occasionalità, in senso psicologico, del comportamento del minore, che prescinde da una scelta deviante vera e propria). È importante una valutazione educativa di non particolare allarme sociale e pregiudichevolezza della condotta del minore in caso di condanna e nel caso in cui si possa contare su un ambiente familiare valido o su un percorso scolastico che, altrimenti potrebbe essere compromesso da una condanna;
perdono giudiziale (esito che è più grave dell’irrilevanza, ma sempre mite come sentenza di condanna e che comporta, però, una valutazione prognostica positiva della personalità del minore). Anche in questo caso è importante la presenza di un professionista.
sospensione del processo per messa alla prova (si intende sospensione: del processo, non della pena) con l’obiettivo della definitiva estinzione del reato sulla base dell’elaborazione, da parte del Servizio sociale Ministeriale di un progetto concordato con lo stesso minore che preveda obiettivi ben definiti. Tale percorso è valutato in itinere dal Giudice onorario che verifica i risultati raggiunti attraverso una serie di colloqui sia con il minore, sia con la famiglia, sia con gli operatori del Servizio sociale;
erogazione di condanna.
Dal punto di vista della Pedagogia Clinica è da evidenziare la valenza educativa del processo: l’adolescente, con il sostegno dovuto, può riconoscere e assumere le proprie responsabilità rispetto al fatto-reato e iniziare a compiere una riparazione sia interna (attraverso un processo di elaborazione) che esterna (attraverso la realizzazione di un cambiamento). Va considerata, naturalmente, la natura imperativa dell’intervento educativo in ambito penale: è inevitabile, infatti, che si attivino nell’adolescente (e nella sua famiglia) le ansie e le difese legate alla percezione sanzionatoria dell’intervento.
L’alto tasso di devianza minorile registrato in Puglia ed in particolare nel Salento evidenzia una sua eziologia riconducibile non solo allo svantaggio socio economico o alla residenza in quartieri degradati, ma più genericamente ad un disagio evolutivo complesso che si colloca trasversalmente alle varie classi sociali.
Gli interventi per il trattamento a posteriori della devianza sono spesso inefficaci se non vengono affiancati e preceduti da interventi precoci sui minori e sulle loro famiglie appena vengano evidenziati fattori anche minimi di rischio. Gli Enti locali stanno concentrando i loro sforzi in questa direzione ma, talvolta, i progetti attivati presentano carenze relative alla difficoltà di reperire operatori con una formazione specifica ai costi consentiti dai finanziamenti ottenuti.
Un settore nel quale ritengo che debba essere approfondita la ricerca allo scopo di individuare soluzioni alternative è quello relativo alla gestione dei rapporti tra minori e genitori non affidatari.
Nelle separazioni conflittuali ci si trova frequentemente a dover gestire il complesso problema degli incontri tra i minori e il genitore non affidatario. Il “diritto di visita” attribuito al genitore non affidatario spesso non viene concretamente realizzato per cui viene meno contemporaneamente il “diritto alla relazione” del bambino con entrambi i genitori. Tale diritto è stato chiaramente sancito dalla Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo del 1989 e si basa sulla necessità di tutelare il benessere psicofisico dell’infanzia. Esso ha comportato un mutamento delle rappresentazioni sociali relative alla famiglia e ai rapporti genitori- figli. Tali situazioni potrebbero essere affrontate e gestite in modo più adeguato se si avessero a disposizione dei “luoghi neutri”: la possibilità di utilizzare dei luoghi neutri, cioè degli spazi protetti in cui il bambino possa passare in modo sereno da un genitore all’altro e in cui possa costruire, ricostruire o sviluppare il rapporto con il genitore non affidatario potrebbe costituire una valida soluzione al problema.
In Italia (a differenza di altri Paesi dell’Europa occidentale) si sono avute per ora pochissime ma positive esperienze di questo tipo: “Spazio Neutro” a Milano e “Associazione Centro Famiglia” e “Centro Genitori Ancora” a Torino. Questi luoghi si presentano come spazi semi pubblici, gestiti dai Servizi sociali e finalizzati sia al sostegno della relazione tra il bambino e i genitori, sia al controllo della funzione genitoriale stessa. I luoghi neutri potrebbero essere utilizzati dalla Magistratura che delegherebbe al Servizio il compito di sollecitare e favorire relazioni genitoriali adeguate nei casi in cui si ritenesse necessario tale intervento a tutela dei minori coinvolti.
Un altro settore che richiederebbe un miglioramento della prassi tuttora seguita è quello della corretta informazione alle coppie adottive da parte di un gruppo specializzato (la regione Lazio ha già avviato una esperienza in questa direzione) allo scopo di stimolare, nella fase iniziale, una maggiore consapevolezza dei propri bisogni attraverso un’autovalutazione delle motivazioni alla scelta adottiva.
Sarebbe inoltre importante monitorare per un periodo più lungo l’andamento delle adozioni in quanto il periodo critico non si limita al primo anno (durante il quale è assicurata alla coppia adottiva il sostegno dei Servizi sociali territoriali). Le provocazioni e le sfide che il figlio naturale pone ai genitori sono legate ai disagi che lo stesso vive durante le diverse fasi evolutive; ma il figlio adottivo esaspera tali modalità di interazione in quanto ha bisogno di continue conferme e certezze da parte dei genitori.
Sarebbe interessante (ed esiste un progetto di ricerca in tale direzione) intervistare, a scadenze regolari per almeno cinque anni, alcuni campioni di famiglie per seguire nel tempo l’evoluzione del percorso adottivo allo scopo di individuare le variabili che incidono negativamente sull’andamento di tale percorso pregiudicandone il risultato.
È chiaro che occorre lavorare molto e in più direzioni per migliorare la qualità della vita dei minori in Italia; essi devono essere non solo destinatari passivi di misure in loro favore ma soggetti attivi di un nuovo modo di essere della società.
Il Piano d’azione del Governo per l’infanzia e l’adolescenza indica tre grandi direttive:
la prevenzione; il forte coinvolgimento degli amministratori locali; il coinvolgimento diretto dei minori nella vita sociale.
C’è molto lavoro da fare, soprattutto nel Sud, dove si stanno ottenendo notevoli risultati ma dove ancora esiste una “terra di frontiera” sotto più punti di vista: è necessario, quindi, utilizzare al meglio le risorse intellettuali ed economiche del territorio.
Personalmente ritengo che in tale realtà il Pedagogista clinico® debba svolgere un ruolo importante utilizzando le competenze e gli strumenti che possiede con l’obiettivo di operare concretamente dei cambiamenti a livello individuale e sociale.
“E necessario individuare per ogni caso non una ma la soluzione per quel caso che può sembrare insolita o imprevedibile ma che risponde alle esigenze, ai bisogni di quel minore”.

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