II pedagogista clinico® nell’organizzazione aziendale

di Domenico Nardella
Pedagogista Clinico®

Il mercato della formazione in ambito organizzativo-aziendale è un mercato in forte crescita, dove troviamo, a diversi titoli, più soggetti e figure professionali che si dividono tutti i vari compiti, nella loro specificità di intervento più o meno qualificato. È una considerevole parte di mercato incui si può inserire, a pieno titolo e competenze, il Pedagogista Clinico. Lo spazio della Pedagogia Clinica nell’ambito organizzativo- aziendale è quello di un’azione educativo-formativa rivolta alla persona: un’azione che si muove inevitabilmente verso l’intera organizzazione e a favore della stessa, per una evoluzione relazionale, socio-percettiva e produttiva, in un’ottica di nuova formazione, che tiene conto delle dinamiche pedagogiche e della loro importanza per il successo organizzativo aziendale.
Sono personalmente convinto che è impossibile non fare formazione e che la formazione in ambito aziendale è parte integrante di un più ampio processo educativo la cui necessità non è virtuale, ma strettamente correlata con il tipo di società corrente e dunque di azienda che si determina.
Il mondo del lavoro esalta i caratteri dell’attuale sistema sociale: rapido cambiamento, transitorietà, equilibri precari. Una buona formazione rinvia sempre ad una buona teoria che, per il Pedagogista Clinico®, è quella della Pedagogia Clinica , cioè quella del dare formazione.
La formazione è attività educativa, momento di crescita, apprendimento, cambiamento.
Ecco perché è necessario anche nell’ambito della formazione del personale aziendale un approccio pedagogico clinico.
Infatti una formazione senza un sistema informativo, ovvero di osservazione, di analisi dei bisogni e valutazioni di intervento, è una formazione cieca, così una formazione senza un sistema operativo, ovvero di progettazione di intervento e azione formativa concreta, è una formazione vuota. L’area di intervento specifica del pedagogista clinico è quella di una nuova formazione nell’ambito delle abilità interpersonali cioè:
– Sviluppo delle risorse umane e motivazione
– Socializzazione organizzativa e condivisione
– Sensibilità umana e persuasione
– Evoluzione del campo percettivo e autorealizzazione
– Gestione dei conflitti
con l’ambizioso obiettivo di umanizzare i climi organizzativi con chiaro riferimento all’individuo come soggetto globale , rifiutando quindi ogni considerazione della persona solo dal punto di vista del ruolo e delle mansioni che svolge all’interno dell’azienda.
Questo può essere ottenuto grazie a una maggiore socializzazione organizzativa, favorendo in aula e fuori aula un clima di condivisione, mediante un training delle abilità personali e sociali, con esercitazioni ed esperienze senso-percettive che spostino parte dell’attenzione dei partecipanti da vissuti immaginario-visivi, con connotazione negativa, verso vissuti esperienziali, cinestesico-percettivi con connotazione positiva (ri-conoscere l’Altro…).
Quindi il Pedagogista Clinico® si pone al fianco dei manager aziendali come dispensatore di aiuto e cooperatore.
Dal momento del primo incontro formale con l’azienda fino alla stipulazione del contratto formativo e al corso di formazione vero e proprio, si possono identificare alcuni precisi momenti operativi.
In concreto (1° momento), quando un’azienda decide di fare formazione, si vengono a creare un complesso ordine di processi che coinvolgono persone e gruppi che, con ruoli differenti, agiscono con interessi ed obiettivi diversi, a volte anche in contrasto tra loro.
Il contesto relazionale che si ottiene vede il Pedagogista Clinico® nel ruolo di formatore, l’azienda nel ruolo di cliente/utente ed i partecipanti al corso nel ruolo dei committenti a cui è destinata l’azione formativa.
In tale interrelazione si profilano due ordini di problemi: il primo è la duplicità di ruolo che viene ad assumere il Pedagogista Clinico®, cioè quella di consulente da una parte, per l’azienda, e quella di
docente dall’altra per i corsisti.
Il secondo è il dover operare parallelamente su due piani, cioè quello dello sviluppo organizzativo e quello dello sviluppo degli individui.
Diventa allora importante nell’Analisi dei bisogni (2° momento), come fase di osservazione, ricercare una adeguata integrazione rispetto ai diversi obiettivi sottesi da parte della direzione aziendale e da parte degli individui, rispetto ai quali il Pedagogista Clinico® dovrà mettere a punto un’unica risposta che risulti soddisfacente per entrambe.
Individuati i bisogni che la formazione ha il compito di soddisfare si tratta di compiere il passo successivo (3°momento), ovvero strutturare il percorso di formazione: in una parola la Progettazione del Corso. Ciò comporterà la definizione degli obiettivi di apprendimento, l’esame dei contenuti da trasmettere, la scelta delle modalità più opportune. In sostanza costruire il corso, attraverso il quale si concretizza l’azione formativa del Pedagogista Clinico®.
In fine vi è la Valutazione dei risultati (4° momento), che viene ad identificarsi come il momento in cui il Pedagogista Clinico®, e/o il gruppo di formatori, tentano di dare una risposta su quanto è stato efficace il corso in rapporto alla realizzazione degli obiettivi di cambiamento perseguiti.
Valutare i risultati appare comunque una questione complessa.
Il cambiamento effettivo, nella valutazione dei risultati può essere pensato come una sorta di ristrutturazione cognitiva o una ridefinizione delle relazioni interpersonali: questa porterà l’individuo a nuove percezioni, nuove sensazioni, nuovi giudizi, nuove aspettative ed in fine a nuovi comportamenti.
Per il Pedagogista Clinico®, che assume strategie educativo- formative rivolte alla globalità della persona, più che “imparare a cambiare”, si tratta di imparare cambiando”. Cioè riconoscere, da un lato, il momento di apprendimento come fase di trasformazione dell’azione e, dall’altro, riconoscere l’azione stessa come un fatto di apprendimento.
Progetto comunicazione
Il contributo della Pedagogia Clinica nella formazione dell’operatore scolastico
Il Progetto Comunicazione rivolto agli operatori scolastici nasce da una profonda riflessione sul significato dell’educazione oggi e sui rapporti che s’innescano nell’ambiente scuola tra il ragazzo, soggetto educato e i soggetti educanti, nella fattispecie tutti coloro che si trovano a rivestire il ruolo d’educatori.
Fino ad oggi questo ruolo era prerogativa indiscussa degli insegnanti, i soli a detenere il diritto — dovere all’educazione tra le mura scolastiche.
La natura del ruolo educativo assegnato all’insegnante ha finito, però, con l’essere messo in secondo piano da tutta una serie di fattori, tutti riconducibili ad uno particolare: la vastità dei programmi ministeriali che riduce notevolmente il tempo educativo a favore del tempo informativo, unito al sovraccarico degli impegni meramente burocratici da cui l’insegnante si sente oberato. In sostanza, sembra accresciuto il divario tra educazione ed istruzione, pur nella ricerca della salvaguardia del diritto sovrano dell’alunno ad essere educato.
Di tutto ciò non si vuole certamente fare carico all’insegnante, spesso costretto a scegliere tra l’esigenza di trasmettere un contenuto e l’esigenza di ascoltare i ragazzi, di farsi carico delle loro problematiche nel tentativo di giungere ad una soluzione.
Nello stesso tempo, è necessario rilevare come la famiglia stessa si trovi stretta tra molteplici attese sociali: da un lato vi sono le esigenze lavorative (per scelta o per necessità) che hanno lo scopo di sentirsi adeguati socialmente; dall’altro lato, vi sono le richieste che l’istituzione famiglia impone ai genitori: l’educazione dei figli e la gestione del bilancio familiare.
Il risultato di tutto questo è la riduzione del tempo familiare, di quel tempo, in altre parole, dedicato all’ascolto dei figli, dei loro problemi, del loro sentirsi inadeguati in un’età in cui il confronto con gli altri è spesso impietoso e fonte d’ansia e d’insicurezze.
Il soggetto alunno si presenta alla scuola media e, più tardi, alla scuola superiore, con molti conflitti spesso non risolti. Qui si scontra con la realtà di molti insegnanti che non hanno il tempo di ascoltare, presi dalla necessità di insegnare.
Laddove la situazione è migliore, dove cioè alcuni docenti trovano il tempo di porsi in ascolto dei disagi dei loro studenti, spesso è proprio il loro ruolo a porre una barriera all’emergere del problema: l’alunno teme il giudizio, sente il peso della diversità di ruoli, preferisce non mettersi in gioco in una relazione, quella docente/alunno, che percepisce come ancora tanto distaccata dai suoi problemi contingenti.
Ma la scuola non è fatta solamente di docenti o direttori: esiste una figura che, per la natura stessa del suo ruolo, è a stretto contatto con i ragazzi, ed è quella dell’operatore scolastico, quella che, in un tempo non lontano, era il “bidello”.
L’ evolvere della gestione scolastica ha fatto sì che questa figura, un tempo dedita esclusivamente alla pulizia ed alla manutenzione dei locali, sia ora quasi del tutto svincolata da questi compiti, per assumere quelli, più delicati ed importanti, d’assistenza e vigilanza degli studenti che gravitano nell’orbita dell’istituto scolastico.
A questa nuova figura educativa si rivolgono spesso i ragazzi per confidare i loro problemi. All’operatore scolastico vengono raccontati episodi di vita familiare o scolastica, rivestiti di particolare significato conflittuale per il ragazzo. Spesso è lui, l’operatore scolastico, ad accorgersi per primo di un disagio, di un malessere che nasconde un sottofondo problematico; è lui a farsi portavoce presso l’insegnante dj un segnale, di una richiesta d’aiuto magari nascosta sotto l’apparente maschera del bullismo o del disinteresse.
La figura dell’operatore scolastico svolge un’utile opera di mediazione, non solamente tra lo studente e gli insegnanti, ma anche tra il ragazzo e la sua famiglia.
Quante volte, all’inizio della scuola media inferiore è l’operatore a leggere i segnali del disagio che il bambino, non rivela tra le mura domestiche, per timore o per pudore; quante altre volte i conflitti familiari trovano in lui un buon ascoltatore, per tutte quelle problematiche che all’insegnante non sono rivelate, quasi ci si vergognasse delle proprie emozioni.
Dal punto di vista degli operatori, lo stretto contatto con i ragazzi, vissuto quotidianamente, fa emergere la frustrazione di un ruolo non più consono ai parametri finora utilizzati: sono essi stessi a rifiutarsi di rimanere relegati sul piano della semplice pulizia, chiedono di partecipare maggiormente alla vita scolastica, con più consapevolezza e competenza professionale, che non sia solamente quella di conoscere l’utilizzo corretto dei prodotti di pulizia o l’esatta ubicazione dei locali.
Tutte queste considerazioni hanno portato ad una conclusione: giacché la figura dell’operatore scolastico ha acquisito una profonda valenza educativa, perché non proporre un tipo di formazione sulla relazione interpersonale a lei esclusivamente riservato?
Così nasce il Progetto Comunicazione riservato al Collaboratore scolastico, con il preciso intento di fornirgli le basi per sostenere, capire ed aiutare proprio coloro a lui quotidianamente più vicini: i ragazzi.
Il primo livello del Progetto Comunicazione é indirizzato alla sperimentazione concreta di quelli che sono gli ostacoli ad una soddisfacente relazione tra le persone, allo scopo di abbatterli. Obiettivo: imparare a trovare quelle parti di noi che non riusciamo a comunicare e sperimentare nuovi modi di relazionarsi agli altri.
In considerazione dello specifico ambito lavorativo degli operatori cui il progetto si rivolge, il corso di primo livello si chiama “Star bene insieme a scuola”.
Perché star bene insieme a scuola? Perché una comunicazione corretta permette agli individui di conoscersi per come sono e di rispettarsi come persone, quindi di stare bene insieme. Star bene insieme, non solamente tra operatori e ragazzi, ma, prima di tutto, tra colleghi, superando tutte quelle barriere che ci dividono dall’altro.
Entrare in contatto con l’altro come persona, di là dal suo ruolo vuoldire sentirsi liberi da etichette e categorizzazioni.
Andare di là da ciò che ci può dividere (pregiudizi, incomprensioni), trovare ciò che ci può avvicinare, vuol dire accettare se stessi e gli altri.
Ogni lavoro proposto al gruppo prevede uno spazio conclusivo dedicato alla riflessione personale e di gruppo, in seguito alla quale s’individuano:
I cardini della comunicazione.
Noi siamo ciò che comunichiamo: gli altri ci conoscono per ciò che permettiamo a noi stessi di esprimere.
*Non si può non comunicare: ogni atteggiamento, ogni manifestazione dell’individuo comunica qualcosa di sé, anche il silenzio è comunicazione.
* Il gioco è permettere agli altri di conoscerci e imparare a conoscere gli altri.
*Non interrompere colui che parla consente a lui di sentirsi rispettato ed a noi di comprenderlo.
* Dare attenzione alla persona che parla ci permette di farla sentire compresa ed accettata.
* Divenire consapevoli di ciò che si fa, portare sul piano fisico ciò che è nella mente è una regola d’igiene mentale: libera il nostro Io dalle masse mentali che lo circondano, prodotte dalle esperienze negative, dai pregiudizi, dalle false certezze accumulate come scorie inerti nel corso della nostra vita.
* Una comunicazione corretta ha come ricaduta un miglioramento della salute fisica dell’individuo, che si sente accettato e può permettersi di esprimere ciò che sente, d’essere se stesso nella relazione.
* La consapevolezza di noi stessi, la non opposizione alla realtà ci porta a vivere il momento presente. Le riflessioni conducono alla scoperta delle:
Regole dell’ascolto
* Smetto di parlare: se parlo non posso ascoltare.
* Aiuto colui che mi parla a sentirsi libero di dire ciò che pensa.
*Ascolto per comprendere piuttosto che per rispondere.
* Smetto di fare ciò che stavo facendo.
* Non mi distraggo mentre lui mi parla.
* Non interrompo colui che parla.
Attraverso giochi di relazione nel grande, nel piccolo gruppo ed a coppie, si sperimenta la molteplicità dei modelli di comunicazione, mentre abitualmente siamo portati a considerare solamente quello verbale: sperimentare altri canali comunicativi permette di ampliare la gamma delle possibilità che l’individuo ha a disposizione per trasmettere un messaggio e, nello stesso tempo, dare maggior congruenza alla comunicazione.
Il secondo livello della formazione è rivolto, in modo particolare, alla conoscenza di se stessi, di come ci si relaziona con il proprio Io interiore, di come questo Io si relaziona con gli altri. Il punto dipartenza è sempre l’Io:
«Io con me stesso: le mie sensazioni, le mie emozioni, i miei sentimenti;
– Io nel tempo: i miei ricordi, i miei progetti;
– Io nello spazio: la mia casa, la mia scuola;
-Io con gli altri: la mia famiglia, i miei amici, i miei colleghi, i miei ragazzi.
Attraverso giochi di gruppo i partecipanti sono guidati a guardare dentro di sé, a trovare quelle parti che definiscono la persona per ciò che gli altri vedono di lei, per ciò che è, o per come vorrebbe essere.
Attraverso la riflessione, personale e di gruppo, ognuno ha la possibilità di rendersi consapevole di sé, del gruppo e delle dinamiche che s’innescano nella relazione con l’altro.
A conclusione di un percorso triennale, ho avuto modo di considerare come la situazione iniziale si sia modificata:
– I gruppi si sono amalgamati.
– Quelli che erano semplici colleghi di lavoro, spesso quasi sconosciuti, hanno instaurato autentici rapporti d’amicizia.
– Il lavoro, molte volte quasi subito, come fosse inevitabile, è diventato un incontro vero con gli altri.
– Le relazioni con i ragazzi, spesso vissute con superficialità, se non con fastidio, hanno lasciato il posto ad un’autentica attenzione verso l’altro, alla comprensione sincera.
– I rapporti con i docenti hanno perso quella patina di senso d’inferiorità, lasciando il posto ad una relazione quasi paritaria, come realmente dovrebbe essere tra professionisti che lavorano, ognuno nel proprio ambito e con le proprie competenze, per un progetto comune, in questo caso l’educazione degli uomini e delle donne di domani.
Ognuno ha avuto la possibilità di conoscere se stesso, di entrare in contatto con la parte più autentica di sé e, se spesso non è stato facile, se molte volte incontrava una barriera nella propria ricerca di sé, è uscito dal percorso di gruppo con una maggior coscienza del proprio essere, accettando di sé anche le parti meno positive, con un rinnovato entusiasmo nell’andare alla scoperta dell’altro nelle relazioni interpersonali.

 

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