L’intervento pedagogico clinico in ambito psichiatrico

di Rossana Suglia
Pedagogista Clinico®

“Nel fondo profondo dentro il corpo abita l’anima.
Nessuno l’ha ancora vista. Ma sappiamo che esiste
E sappiamo anche Che cosa c’è dentro di lei”
Michal Snunit

Il corpo fa da tramite con il mondo circostante e segna il confine tra il mondo interno ed il mondo esterno. Il nostro essere corporeo, la nostra individualità corporea, intese come storia di ciascuno, rappresentano l’interazione costante che ognuno di noi esprime attraverso il proprio comportamento a tutti i livelli. È dunque il riconoscimento del corpo come proprio, il punto di partenza da cui tutto il resto acquista significato per il soggetto e determina la sua esistenza specifica e un modo di essere unico.
L’occasione per la realizzazione del progetto “Corporeità della mente” viene offerta dall’esperienza di tirocinio per il master di Pedagogia Clinica , condotta presso l’ Unità Operativa Psichiatrica del Presidio Ospedaliero di Saronno — Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio. In tale circostanza si è sviluppato un intervento pedagogico clinico centrato sul corpo per le persone affette da psicosi cronica, al fine di individuare nuove modalità di risposta ai problemi posti dai pazienti adulti, potenziando così la competenza educativa degli operatori presenti nel Dipartimento di Salute Mentale.
La responsabilità e il controllo della gestione della ricerca sono stati assegnati alla Direzione medica della Unità Operativa Psichiatrica di Saronno nella figura del dott. Teodoro Maranesi e la responsabilità scientifica al prof. Guido Pesci.
Il ruolo di supervisore esterno sull’applicazione della metodologia psicomotoria funzionale nel settore della riabilitazione psichiatrica è stato assegnato alla dott.ssa ElenaSimonetta, psicopedagogista, psicomotricista e musicoterapeuta.
L’équipe di applicazione è composta dalla dott.ssa Rossana Suglia e dalla dott.ssa Milena Usai (pedagogiste cliniche) in collaborazione con il dott. Marco Goglio, dirigente medico, e con il sig. Massimo Airoldi musicoterapista presso il C.R.T. — U.O.P. di Saronno.
Le tecniche psicocinetiche, in particolare quelle della psicomotricità funzionale, e di altri metodi propri del contesto disciplinare del Pedagogista Clinico, consentono di considerare la persona come totalità in relazione con l’ambiente. Questa posizione di tipo fenomenologico permette di superare una doppia scissione, quella tra il soggetto e il mondo e quella tra il corpo e la mente.
È fondamentale offrire nuove opportunità esperienziali tali da permettere al soggetto psicotico cronico di conquistare una maggiore autonomia , affinchè divenga concretamente protagonista di un processo che possa favorire le possibilità di migliorare le proprie modalità razionali e/o ripristinare e potenziare abilità. È indispensabile, inoltre, favorire cambiamenti nella rete sociale propria della persona psicotica al fine di comprendere e supportare i rapporti tra individualità, disagio e realtà sociale.
Da qui nasce nell’articolazione del progetto una duplice necessità: coinvolgere, in primo luogo, gli operatori, le famiglie, la cittadinanza ed altri soggetti quali le comunità locali, gli enti no profit, le associazioni di volontariato; in secondo luogo, orientare il progetto di ricerca attiva verso un modello strutturale di partecipation action research: l’idea centrale è che le persone coinvolte nel problema dovrebbero essere inserite nel processo di ricerca per condividere le indicazioni nate in un contesto collaborativo, diventando così motivanti al cambiamento anche per la comunità.
In tale ottica è rilevante il confronto e l’integrazione con le professionalità e le istituzioni coinvolte nello stesso progetto “La corporeità della mente”.
Infatti i soggetti presenti nel processo di ricerca: il dirigente medico responsabile della struttura organizzativa U.O.P., le Direzioni Generali della Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio e della A.S.L. di Varese, l’Ordine degli Psicologi della Provincia di Milano, creano con il Pedagogista Clinico® un rapporto di reciprocità e di mutua collaborazione.
Quest’ultimo discute i risultati del proprio sapere con altre professionalità adottando, così, un’ottica multidisciplinare, in cui vi è concreta disponibilità intellettuale per confrontare e ridefinire i problemi da indagare, gli obiettivi e le metodologie di ricerca, allo scopo di migliorare la pratica educativa.
Il Pedagogista Clinico® nella realizzazione di questo progetto assume anche il ruolo fondamentale nella formazione, individuando nuove strategie e tattiche di intervento che elaborino in modo nuovo il rapporto fra i bisogni degli operatori e i vincoli della situazione ambientale.
Gli obiettivi della ricerca attiva:
Per la prima parte del progetto
Superare la passività dei soggetti e migliorare la loro attività intenzionale di fronte agli oggetti e alle altre persone; favorire le possibilità relazionali, l’evoluzione psicoaffettiva consentendo il lavoro di coppia e la strutturazione del gruppo; rendere possibile lo spostamento delle acquisizioni negli altri settori di attività e, in particolare, una migliore autonomia nel quotidiano e nel sociale.
Per la seconda parte del progetto
Promuovere un percorso di comunicazione integrata atto a potenziare la comunicazione interna verso gli operatori, la comunicazione esterna ed istituzionale; migliorare le relazioni con i diversi servizi pubblici di riferimento; evidenziare la capacità del Dipartimento di Salute Mentale di soddisfare pienamente i bisogni richiesti dall’utenza integrandosi con il territorio; armonizzare l’interfunzionalità tra le diverse strutture organizzative e le professionalità.
Nella condizione psicotica schizofrenica si ha una scissione permanente tra l’Io e il corpo. L’individuo tende sempre più a identificarsi con la parte di sé che si considera incorporea; ma siccome il corpo è ciò che ci espone agli altri e ci consente di partecipare ad un mondo, l’esistenza schizofrenica non è in grado di esprimere una coesistenza e di abitare in un mondo comune: è una presenza vuota.
Questo tipo di pazienti ha abbandonato la dimensione corporea ritirandosi dal quotidiano rapporto con le cose e le persone.
L’io decorporeizzato non è più il nucleo del proprio essere, ma un oggetto tra i tanti. In questo impoverimento esistenziale ed esperienziale si assiste ad un progressivo animarsi di deliri e allucinazioni, non più riconducibili alla realtà.
Con la perdita del corpo si smarriscono anche le coordinate spazio-temporali, che dal corpo hanno origine e si viene proiettati in un corpo privo di continuità.
Allora si può essere in drammatica contemporaneità qui e là e le parti del proprio corpo smarrito si confondono con parti di corpi estranei; altri corpi abitano il mio che è, a sua volta, sbriciolato, frantumato.
Questo è il corpo di cui parlano i nostri pazienti: un corpo svuotato; privo di soggetto; sede di angosce terrificanti; privo di vita, ma attraversato da fantasmi; un corpo attraversabile.
Il nostro intervento si è fondato sull’ipotesi che a partire da questo corpo bizzarro sia possibile riprodurre il mondo magico delirante attraverso il riconoscimento dei propri limiti corporei.
Abbiamo fornito occasioni protette di vivere nel corpo possibilità motorie, sensoriali ed espressive attraverso le quali si stabiliscono dei confini nuovi alla dissociazione psicotica.
Interiorizzando questi confini è possibile recuperare un senso di unità ed integrità corporea, che non è altro che l’organizzazione spaziale del corpo e di questo nel mondo.
Solo partendo da una distanza, una separazione tra sé e l’altro, una barriera, che è quella tattile dei limiti corporei, si stabilisce quello spazio, anche psichico, che consente l’incontro con l’altro diverso da sé.
La pelle per lo psicotico è una superficie globale che non esercita la funzione di involucro totalmente avvolgente, ma lascia esposto l’individuo a interferenze esterne. La totale assenza di un corpo percepito potrebbe essere posta in relazione con perturbazioni affettivo-relazionali.
L’immagine corporea di queste persone è totalmente dipendente dal loro funzionamento mentale e, in quanto scollegata dalla realtà concreta del loro corpo, si costituisce esclusivamente sulla fantasmatica corporea. È ipotizzabile che la persona schizofrenica possieda un corpo rappresentato, perché le sue funzioni cognitive sono in grado di realizzare un’immagine del corpo anche se globale e di operare su queste con uno scadente bagaglio propriocettivo.
L’esperienza del corpo reale si presenta come se vi fossero dei canali chiusi alle percezioni del mondo esterno, ma anche alle percezioni che vengono dal proprio corpo. Si è portati, perciò, a ritenere che le migliori condizioni relazionali in cui vivere l’esperienza corporea potrebbero favorire l’integrazione di un vissuto piacevole e positivo.
Il nostro ricorso a tecniche pedagogico-cliniche rappresenta per questo una possibilità evolutiva importante perché, attraverso il vissuto sensomotorio e la percezione del corpo come proprio, è possibile una ricostruzione della membrana tattile quale limite della consapevolezza del sé corporeo.
L’aiuto allo sviluppo delle frontiere del corpo ha lo scopo di favorire la riunificazione della persona, in quanto l’Io è innanzitutto Io corporeo.
Avendo individuato come caratteristica della persona psicotica l’esperienza prevalente del corpo fantasmatico, il progetto terapeutico deve prevedere occasioni di rielaborazione del vissuto corporeo.
Abbiamo suddiviso il nostro intervento in tre momenti:
1° momento: “il corpo che simuove”, utilizzando attività dinamizzanti tese ad aumentare il livello energetico attraverso l’incremento del tono e il recupero della veglia, ottenendo un piacere sensomotorio.
2° momento: “il corpo che si sente”, volto alla conoscenza immediata del corpo, attraverso il contatto corporeo (metodo Touch Ball e Body Work), il dialogo tonico, la distensione globale. L’interiorizzazione di queste sensazioni corporee consente di aggiungere all’esperienza vissuta del corpo malato quella opposta di un corpo tramite di piacere, raggiungendo quel senso di unità corporea che è il sostegno all’integrità della persona.
3° momento: “il corpo reale che si immagina nel reale”, utilizzando attività espressive (metodo Inter-Art, come contributo alla gestalt tonica; metodo BonGeste per lo sviluppo dell’organizzazione ritmo-cinestesica, disegno della figuraumana, musicopedagogia) e verbalizzazioni oggettivanti a fine seduta. Queste ultime si sono rivelate interessanti per il passaggio dall’espressione del fantasmatico alla consapevolezza della fantasia. Ai deliri dei pazienti ci avviciniamo con empatia e rispetto, per conoscerli e per permettere a ciascuno di mettere tra sé e queste produzioni una distanza di conoscenza. La verbalizzazione oggettivante viene realizzata con richieste di precisazioni e sforzi di memorizzazione (metodo Memory Power Improvement) utili per precisare e narrare eventi ed emozioni legate al contesto.
Uno degli aspetti più significativi di un intervento specialistico quale quello pedagogico clinico, condotto in ambito istituzionale, è la relazione con le altre figure professionali direttamente o indirettamente coinvolte nel progetto. Solo procedendo in sintonia si può costituire un ambiente capace di indurre delle trasformazioni nelle persone-utenti, che verrebbero così a ricevere, da più parti, messaggi coerenti e non contraddittori.
Il concetto di globalità, che ispira la nostra professione, non è solo applicato alla persona ma anche alle modalità realizzative dell’intervento. I migliori risultati, infatti, si raggiungono all’interno del contesto relazionale del paziente e, se si cerca di promuovere una evoluzione che investe tutto il suo ambiente, è possibile, parimenti, una trasformazione che investa la sua intera rete sociale.
Il paziente, divenuto più autonomo nelle abilità di base e sociali grazie al nostro intervento, ottiene un rinforzo significativo perché tutte le persone che lo circondano gli riconoscono quella autonomia e lo stimolano a realizzare nuovi comportamenti di cui lo ritengono capace.
Ecco perché fra gli obiettivi del nostro progetto rientra anche un coinvolgimento della rete sociale della persona, una sorta di promozione del mutamento dell’immagine che l’ambiente ha del soggetto. Il lavoro in ambito terapeutico-riabilitativo si prolunga a livello sociale, affinché gli effetti dell’intervento si consolidino e i comportamenti sperimentati si esprimano nella vita quotidiana.
I risultati raggiunti in questo percorso hanno permesso alla persona di rielaborare il proprio schema corporeo tramite il vissuto reale e spontaneo, emotivamente pregnante riferito al corpo. La consapevolezza corporea è la base dell’identificazione del sé, di un sé più vigile, più vicino al reale, meno allucinato.
La riapertura dei canali di ascolto e percezione delle sensazioni corporee, contrastando l’azione degli aspetti deliranti e allucinatori, ha permesso di migliorare la veglia e l’aggiustamento spontaneo nelle situazioni reali. Ciò ha portato, in alcuni casi, alla riduzione o alla sospensione della terapia neurolettica e/o ansiolitica prescritta prima di questo intervento.
L’utilizzo della musica ha rivestito un ruolo fondamentale nel lavoro centrato sul corpo, grazie alle sue capacità di determinare sempre una reazione affettivo-emotiva e una risposta motoria. Il significato emotivo più profondo della comunicazione passa sempre, infatti, dalla stato tonico-gestuale del soggetto che lo esprime.
La nostra ricerca ha tentato di sviluppare nel paziente il piacere dell’ascolto per consentirgli di elaborare un vissuto positivo, calmo e disteso del proprio corpo, che si accompagnasse ad una memoria affettiva piacevole e priva di contenuti ansiogeni o deliranti.
Prendersi cura del proprio corpo alleggerisce lo scoraggiamento profondo. La distensione con la musica rappresenta la “cura affettiva” gradevole di ciò che non è vissuto come tale: l’affettività appare quindi una dimensione del corporeo più che del mentale!
L’esperienza della riattivazione dell’affetto è un potenziale riabilitante che aiuta a resistere al dispiacere profondo e alla devastazione emotiva, caratteristica psichica dello psicotico.
La distensione rinforza la dimensione affettiva positiva, facilitata dall’emotività che la musica suscita. Al piacere sensuale, al piacere uditivo, si può aggiungere il piacere “delle parole” riguardanti il corpo: la parola è un simbolo, il simbolo realizza un’immagine e le parole del Pedagogista Clinico® possono essere, in tal senso, un elemento che aiuta la riunificazione del corpo disgregato dello schizofrenico.

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