Analisi di una esperienza

di Monica Bocelli
 Pedagogista Clinico®

La formazione del Pedagogista Clinico® che si muove su conoscenze e abilità professionali adatte ad una molteplicità di intenti e finalità non poteva non dare risposte soddisfacenti anche e in specie in un lavoro rivolto al recupero di soggetti in difficoltà classificati come psicotici e che aveva l’obiettivo di favorirne l’inserimento nel mondo del lavoro. L’opportunità di dimostrare l’abilità professionale acquisita per l’aiuto anche a favore di questi soggetti ci è stata data dall’occasione di far parte di un team di professionisti chiamato a soddisfare le esigenze del progetto “Gulliver” delle Cooperative sociali Itaca e Baobab. Un progetto riconosciuto dalla Regione Toscana e sovvenzionato dalla CEE. Il progetto di queste Cooperative è nato con l’intento di fornire una risposta concreta ad una precisa esigenza sociale presente sul territorio della provincia di Pistoia. Il progetto si rivolge a pazienti psichiatrici con disabilità primarie o secondarie inerenti le capacità relazionali, sociali e progettuali; difficoltà che traggono origine da una complessa genesi multifattoriale, nella quale interagiscono fattori soggettivi psicologici e neurologici, humus familiare ed ambientale. Un progetto orientato su soggetti che si caratterizzano per disabilità cognitive secondarie relative alla percezione del sé anche in rapporto al contesto socio-culturale, per scarso livello di autostima, labilità nell’immagine personale e sociale. Gli obiettivi principali del corso consistono nel:

– fornire ad ogni corsista gli stimoli e gli strumenti con i quali individuare in sé le forze per rapportarsi agli altri senza timore di preclusione;

– mettere ogni corsista nelle condizioni di intraprendere un impegno di carattere lavorativo non influenzato dal timore di un fallimento. L’intervento di aiuto si presenta articolato in sei fasi: selezione, motivazione, socializzazione, orientamento, accompagnamento, risultati.

Selezione: definizione degli utenti che andranno a costituire il gruppo obiettivo fra coloro che erano in carico al Dipartimento Salute Mentale. La modalità di selezione prevede colloqui, fase di orientamento, graduatorie su dati oggettivi, anamnesi e griglie di valutazione. Motivazione: favorire il desiderio di aderire ad un progetto non solo in termini ideali, ma nella concretezza di un impegno con tempi, regole, finalità e flessibilità nello svolgere mansioni diverse, oltre che di socializzare.
Socializzazione: questa riveste particolare interesse nell’ambito del percorso complessivo, in quanto la tipologia di utenza è caratterizzata da condizioni di disagio, solitudine, carenza di comunicazioni. L’intervento perciò prevede per questi soggetti di giungere alla riscoperta della possibilità di appartenere al tessuto sociale, del piacere, di avere relazioni non intrusive, ma creative e rispettose della loro intimità, acquisizione della capacità di scegliere il piano di relazione desiderato e dei mezzi per gestire gli incarichi e le aspettative.
Per questo aspetto l’intervento di aiuto è rivolto all’acquisizione o al recupero di capacità espressivo-relazionali. L’alternanza fra queste fasi del modulo darà il senso del ritmo e della adattabilità a scenari diversi, riproducendo il movimento degli eventi della vita comune.
Orientamento: scoperta delle attitudini professionali e delle aspettative sia del gruppo che individuali. Dal riadeguamento dell’immagine sociale, ci si prefigge di giungere a stimolare il desiderio di appropriarsi di un angolo del mondo lavorativo e di un ruolo professionale. Il confronto con gli altri ha la caratteristica di allentare conflitti e timori e diviene occasione per mettere in luce una propria abilità rivalutata o acquisita grazie ad un lavoro pratico di analisi delle proprie capacità e qualità; una attività materiale diventa espressione di un valore di ciò che si vuole mostrare agli altri come propria natura.
Acquisita una base di motivazione all’impegno, e di orientamento nelle proprie capacità e nel piacere di adoperarle in aziende produttive, diventa possibile ricucire le eventuali disillusioni e scoraggiamenti riconducendo l’esperienza pratica in oggetto ai valori già acquisiti in precedenza. La formazione professionale deve riguardare molti settori e garantire la più ampia possibilità di confronto e valutazione sulle diverse realtà presenti. Per ciascuno di questi si deve giungere all’acquisizione dei concetti che regolano il ciclo produttivo, all’organizzazione del lavoro, e alle tecniche manuali e meccaniche di lavorazione. Una fase in cui il modo dell’operatore che accompagna il corsista nel suo tirocinio diventa fondamentale. Accompagnamento: l’esperienza lavorativa, tutelata in cooperative sociali ed in imprese locali, è rivolta ad evitare la scissione “teoria-pratica” per un consolidamento delle abilità residue. L’accompagnamento richiede una costante osservazione individuale in merito alla tolleranza della ripetitività ed ai cambiamenti nello svolgimento delle attività pratiche, al senso del pericolo nell’uso di attrezzature, allo spirito di iniziativa e alla capacità di autogestione nella esplicazione di mansioni assegnate, oltre alla verifica costante delle capacità di avviare e mantenere relazioni nell’ambito lavorativo.
Risultati attesi: quest’ultima fase è fondamentale per la motivazione dell’intero percorso formativo, oltre che per una valenza di tangibilità dello sforzo e dei sacrifici spesi dall’utente durante l’anno di corso, soprattutto per la possibilità di realizzare un rapporto tra lavoratore ed entità lavoro più armonico. Un rapporto creato non da una figura classica di imprenditore, ma da un imprenditore-operatore nel sociale, dove sarà elettivo un rapporto biunivoco uomo-lavoro, e non sarà determinante tanto l’analisi della produttività, quanto il ritorno in termini di soddisfazione, creatività, realizzazione e miglioramento di sé, da parte di chi investe se stesso nel lavoro.
Team dei formatori: L’articolazione del progetto prevede di usufruire di risorse professionali che includono pedagogisti clinici, medici, psichiatri, psicologi, assistenti sociali, educatori. L’ammontare di ore complessivo per la formazione è di 672 e il programma didattico-formativo dei Pedagogisti Clinici è previsto in 130 ore, con frequenza trisettimanale nell’orario 9.00 – 13.00 (sono previste opportune pause onde evitare stress attentivi).
Il nostro programma educativo relativo all’intervento pedagogico clinico è stato sviluppato mediante l’uso di:

– tecniche psicocinetiche

– tecniche distensive di scoperta e conoscenza del corpo

– tecniche per lo sviluppo dell’organizzazione espressivo figurativa, ritmica e mnestica.

Le tecniche psicocinetiche hanno dato il via al lavoro pedagogico clinico su questo gruppo; si è ritenuto utile, infatti, “rompere il ghiaccio” attraverso un lavoro corporeo espressivo, permettendo ai soggetti un’educazione al movimento, all’espressione ed alla comunicazione attraverso uno sviluppo della attitudine motoria, tonica e posturale, delle senso-percezioni, del coordinamento, della precisione; in modo da far parlare al corpo ogni linguaggio che permette l’esplicazione di sé e la relazione con l’altro.
I concetti che sostanziano il programma di psicocinesi si basano essenzialmente sulla necessità di far raggiungere ai soggetti:

– una maggiore conoscenza e accettazione di sé

– un migliore accomodamento del modo di essere

– una vera autonomia e l’accesso alla responsabilità nella vita sociale.

Esercitando la propria azione sulle attitudini corporee e i movimenti, la psicocinesi coinvolge l’essere nella sua totalità, poiché l’atto motorio non è un processo isolato, ma è in stretto rapporto col modo di essere della persona nella sua globalità.
I diversi momenti esperienziali che costituiscono questa tecnica si basano sul concetto che un gesto modifica allo stesso modo l’ambiente e colui che lo compie; perciò attraverso l’esercizio del metodo si riesce ad invitare i soggetti a delle modificazioni di atteggiamento sotto forma di cambiamento nel sistema delle abitudini, del pensiero e dei sentimenti.
Le attività effettuate, tese a guidare i soggetti liberandoli da chiusure e goffaggini e spronandoli verso l’attivazione, hanno visto il gruppo passare da una reticenza iniziale a manifestazioni entusiastiche, in una partecipazione che si è fatta via via più completa e attenta.
Le tecniche di distensione per la conoscenza e coscienza di sé sono state elaborate ed attuate in adattamento alle disponibilità dei soggetti in vista della necessità di garantire loro opportunità di scoperta e controllo di sé attraverso un lavoro sul corpo.
I vari momenti di incontro hanno permesso ai partecipanti di vivere ed esperire diverse tecniche di distensione con segno ISFAR, basate sia su contrazione e decontrazione muscolare (DiscoverProject®), che su manipolazione corporea con o senza l’intermediario costituito dalla palla (BodyWork®, TouchBall®).
La contrazione e decontrazione muscolare che caratterizza il DiscoverProject® permette una presa di coscienza del corpo proprio e delle tensioni che lo caratterizzano;
garantisce un importante contributo per mezzo della voce dell’operatore che indica i movimenti da eseguire, ed offre, attraverso un corretto dosaggio tonematico, le parole più adatte ad indurre emozioni positive e lasciare piacevoli impressioni, colorate di calma, sicurezza e fiducia in sé.
Il lavoro di stimolazione corporea, effettuato in coppia con l’intermediario della palla (da cui il nome della tecnica, TouchBall®), oppure singolarmente (BodyWork®) con effetti auto-stimolatorio tattili; importanti occasioni di maternage, con ritmi lenti che inducono alla cura di sé e alla clama, con lo scopo di liberare il corpo da condizionamenti, e permettere alla persona di viverlo con piacevole consapevolezza.
Momenti di grande valore, quindi, per il gruppo, che ha partecipato regolarmente l’esperienza. L’intervento deve poter ridurre i disagi del “corpo toccato” e portare verso il piacere del “corpo vissuto”: un importante suffragio alla costruzione del self e del reality kit (=il senso della vita quotidiana). Il percorso fatto ha permesso di verificare nei soggetti un affinamento delle abilità nel gestire il corpo proprio, la tonicità muscolare ed i ritmi respiratori. Le persone, all’inizio reticenti, hanno dato infine prova di una più ampia disponibilità nella partecipazione alle varie esperienze, sia realizzate autonomamente, che in coppia con l’altro. Nel tempo, il conseguimento di maggiori capacità attentive ha permesso loro di raggiungere anche una maggiore autonomia.
Gli aspetti che riguardavano l’organizzazione espressivo figurativa-ritmica e mnestica sono stati affrontati con rappresentazioni della dinamicità corporea e grafo gestualità ispirate al metodo InterArt®, strutturato dalla ricerca condotta prima dal Movimento dei Pedagogisti Clinici e poi dall’ISFAR che lo ha perfezionato e concesso in supporto della Pedagogia Clinica.
Si tratta di un metodo complesso e articolato, che permette ed induce la libera espressione delle emozioni, mentre contemporaneamente affina diverse abilità funzionali dell’individuo (dalle capacità di osservazione dell’ambiente ai movimenti fini delle mani, dall’abbattimento delle tensioni muscolari, alla capacità di riprodurre ritmi, da un potenziamento della sicurezza di sé ad un aumento dell’abilità mnestica).
Il metodo prevede che i soggetti osservino e riproducano la realtà circostante sia mediante liberi movimenti realizzati in campo vuoto, che attraverso rappresentazioni su parete. Ne risultano libere espressioni grafiche, pittoriche, plastiche e cromatiche che avviano ad acquisire una maggior abilità nell’attenzione e nell’autocontrollo, a canalizzare certe tensioni emotive e a ridurre l’instabilità. La gestualità, dosata nella scoperta delle varie intensità di tatto, di pressione, di varietà di ritmi e di espansioni spazio-temporali, rivela a poco a poco le molteplici possibilità latenti dell’individuo e gli dà così la possibilità di conoscersi, di vivere e provare la gioia di espandere il proprio sé.
Il gruppo ha scoperto mediante le tecniche pittografiche-espressive la gestualità e la rappresentazione grafica del proprio corpo. Questo ha consentito lo sviluppo dell’espressione segnica e la rieducazione grafomotoria del gesto, favorendo infine la dinamica sociale e culturale.
Le potenzialità offerte dalla libera scelta del colore e della velocità di esecuzione hanno garantito ai partecipanti, prima costretti in esperienze ripetitive e obbligate, un nuovo vissuto di libertà. La realizzazione di tracciati curvilinei, ondulatori e arabeschi si è rivelata utile per eliminare eventuali residui di contratture muscolari ed in seguito per fare esperienze di associazione e coordinazione di respirazione e movimento. Manipolazioni di materiali duttili hanno permesso di affinare le abilità manuali nel piacere di un’attività creativa. Esercizi con la voce e organizzazione ritmica del proprio corpo hanno accompagnato i partecipanti verso la liberazione da rigidità vocali e corporee. Nel percorso è stato possibile ritagliare spazi adeguati anche a delle sollecitazioni mnestiche ottenute dal metodo MPI (Memory Power Improvement®), metodo strutturato dal Centro di Ricerca ISFAR per garantire esperienze  efficaci che mirano a promuove il fixage mnestico con una molteplicità di stimoli afferenti, chiamando a sostegno tutti i canali informatori, siano essi sensoriali-percettivi, organizzativo-corporei, creativi, umoristici, immaginativo-mentali o altri, idonei per il conseguimento di una maggiore stabilità emotiva e per la rigenerazione di abilità organizzative.
Per concludere. Fin dall’inizio, le attività proposte sono state vissute con interesse dalla maggior parte dei partecipanti, in un clima piacevole e tranquillo, facilitato dal lavoro pregresso offerto dai colleghi psichiatri; si sono verificati dei miglioramenti sia sul piano funzionale esecutivo che su quello relazionale, maggiori disponibilità nella conversazione, condivisione, e nella espressione delle emozioni. Queste erano le finalità educative del nostro intervento, raccolte ottenendo sensibili risultati; un buon inizio per ulteriori, auspicabili sviluppi.

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